Mons. Giuseppe Maria Palatucci

Fine XIX – metà XX secolo (1892–1961)

Vescovo francescano e pastore della diocesi di Campagna: durante la guerra e il dopoguerra trasformò una Chiesa povera in un punto di riferimento di fede, carità e memoria.

Giuseppe Maria Palatucci nacque a Montella (Avellino) il 25 aprile 1892, terzo di tre fratelli, in una famiglia profondamente religiosa. Entrò giovanissimo tra i Frati Minori Conventuali nel convento di Santa Maria del Monte, sempre a Montella, dove completò gli studi ginnasiali. Proseguì la formazione a Roma, conseguendo la laurea in filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana e, nel 1920, la laurea in teologia alla Pontificia Facoltà Teologica San Bonaventura. Fu ordinato sacerdote nel 1915 e svolse incarichi di insegnamento e di governo in diversi collegi serafici dell’Ordine, distinguendosi per preparazione culturale e sensibilità pastorale.
Il 20 settembre 1937 papa Pio XI lo nominò vescovo di Campagna; ricevette l’ordinazione episcopale il 28 novembre dello stesso anno nella basilica di San Lorenzo Maggiore a Napoli e fece il solenne ingresso nella diocesi il 16 gennaio 1938. La diocesi di Campagna, allora tra le più povere del Mezzogiorno, comprendeva 18 comuni e 34 parrocchie: Palatucci vi si dedicò con stile francescano, restaurando il seminario diocesano, rilanciando il culto al santuario di Santa Maria di Avigliano e riorganizzando l’Azione Cattolica in tutto il territorio. Rimase vescovo di Campagna fino alla morte, avvenuta il 31 marzo 1961 proprio in città, il Venerdì Santo.
Durante il suo lungo episcopato Giovanni Palatucci – futuro questore reggente di Fiume e Giusto tra le Nazioni – fu uno dei suoi nipoti più vicini. Insieme, zio vescovo e nipote funzionario di polizia, intrecciarono una singolare collaborazione negli anni della seconda guerra mondiale, quando a Campagna furono istituiti i campi d’internamento civile per ebrei stranieri e oppositori del regime. La memoria locale e la ricerca storica riconoscono a mons. Palatucci un ruolo decisivo di assistenza morale e materiale agli internati, svolto in sintonia con la popolazione e con il clero della diocesi.

Nel cuore della città, dietro mura antiche, la pietà diventò scelta quotidiana.

Tra il 1940 e il 1944, nei due ex conventi di San Bartolomeo e della Concezione a Campagna, il governo italiano istituì un campo di internamento civile per ebrei e altre persone considerate “pericolose” dal regime. Mons. Giuseppe Maria Palatucci, da poco più di due anni vescovo della diocesi, si trovò a guidare una Chiesa chiamata a confrontarsi quotidianamente con la presenza di centinaia di internati nel cuore del centro storico. Fin dall’inizio intervenne per alleviarne le condizioni, visitandoli, garantendo assistenza spirituale e promuovendo forme concrete di solidarietà – dal sostegno economico al coinvolgimento delle parrocchie e delle congregazioni religiose.
Fonti ecclesiastiche e civili convergono nel descrivere il campo di Campagna come un luogo in cui, pur nelle limitazioni del sistema repressivo, furono evitate le deportazioni di massa e si mantennero condizioni relativamente meno dure rispetto ad altri campi italiani. In questo quadro, la presenza del vescovo Palatucci e la collaborazione con il nipote Giovanni, in servizio alla Questura di Fiume, risultarono determinanti: diverse testimonianze ricordano come alcuni ebrei siano stati indirizzati a Campagna proprio per trovare un ambiente più umano, protetti, per quanto possibile, dalla rete di relazioni costruita attorno al vescovo.
Nel dopoguerra, il suo impegno a favore degli internati è stato riconosciuto da associazioni della Resistenza, da istituzioni civili e da numerosi studi storici. Per questo, nel 2006, la Repubblica Italiana gli ha conferito la Medaglia d’oro al merito civile alla memoria, quale testimonianza del suo coraggio nella difesa della dignità delle persone perseguitate durante il secondo conflitto mondiale.

Dove c’era paura, qualcuno aprì spazio alla dignità e alla speranza.

Al di là dell’esperienza del campo d’internamento, l’episcopato di mons. Palatucci ha lasciato un segno profondo nella vita religiosa e sociale di Campagna. Attento alle “nuove istanze del mondo moderno”, come ricordano le testimonianze raccolte dal Centro Studi Palatucci, egli si impegnò per affrontare i problemi sociali della diocesi – disoccupazione, emigrazione, povertà diffusa – promuovendo iniziative assistenziali, cooperative e opere caritative. La sua parola, autorevole ma semplice, sostenne anche l’azione delle amministrazioni comunali, contribuendo a risolvere questioni politico‑amministrative delicate a favore delle comunità locali.
Nel ministero episcopale rimase sempre un frate conventuale: sobrio nello stile di vita, disponibile all’ascolto, vicino ai sacerdoti e alle famiglie. Alla sua morte, avvenuta a Campagna nel 1961, lo rimpiangevano non solo i fedeli, ma anche molti avversari politici, che ne riconoscevano l’onestà e la generosità. Per suo desiderio, il corpo fu riportato nella chiesa di San Francesco a Folloni, presso Montella, il convento della sua giovinezza, sigillando simbolicamente il legame tra l’Irpinia e la diocesi di Campagna. Oggi il suo nome è legato al Museo della Memoria e della Pace “Giovanni Palatucci” e ai percorsi cittadini dedicati all’internamento, alla Shoah e ai diritti umani, dove la figura dello zio vescovo è ricordata accanto a quella del nipote questore.

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