
Situata nella parte alta del centro storico di Campagna, la Chiesa e il Convento di San Bartolomeo rappresentano una delle testimonianze più significative della presenza monastica nella città.
L’impianto originario risale al XVII secolo, quando gli Agostiniani Scalzi scelsero questo luogo per fondare un complesso dedicato alla preghiera e alla vita contemplativa. L’area, allora periferica e immersa nel silenzio, divenne presto un riferimento spirituale e culturale per la comunità campagnese.
L’edificio, di sobria eleganza barocca, si distingue per la facciata semplice ma armoniosa e per l’interno a navata unica, impreziosito da altari laterali e da un soffitto ligneo dipinto, considerato tra i più belli della città.
Le decorazioni a stucco, le tele seicentesche e il pavimento in maiolica rivelano il gusto artistico del periodo e testimoniano la vitalità dei cantieri religiosi attivi a Campagna tra Sei e Settecento.
Il convento annesso, oggi in parte ristrutturato, conserva ancora il chiostro con arcate e il pozzo centrale, elementi tipici dell’architettura conventuale dell’epoca.
La comunità agostiniana, presente fino alla soppressione degli ordini religiosi, lasciò un’impronta duratura nella vita cittadina, legata all’educazione, alla predicazione e all’assistenza spirituale.
Il complesso ha subito vari restauri nel corso dei secoli, l’ultimo dei quali ha restituito luminosità e leggibilità all’aula liturgica, riportando alla luce l’intenso cromatismo delle decorazioni originarie.
Entrando nell’oratorio, sulla parete a sinistra, si può ammirare un ovale che rappresenta Sant’Andrea da Avellino, dipinto a Napoli nel 1782, assunto come particolare protettore della Confraternita, perché in quell’anno morirono molti confratelli, pur godendo ottimo stato di salute. Nello stesso anno furono dipinti, a Napoli, anche gli ovali dell’Addolorata e San Giuseppe, che sono collocati sulla parete di fronte all’entrata dell’oratorio.
Sull’armadio, mobile fatto costruire nel 1770, vi sono due vetrinette di legno, restaurate nel 2002 gratuitamente dall’I.P.S.I.A. “G. Bruno” di Campagna. In ciascuna delle teche vi sono due statue del Settecento: il Bambino e San Giovannino.
Sulla parete è collocato un quadro raffigurante il Cristo che benedice San Giovanni Battista. Il pittore probabilmente è Peccheneda.
Sulla parete soprastante il coro ligneo del 1754, fatto restaurare, gratuitamente, dagli alunni dell’I.P.S.I.A. “G. Bruno” di Campagna nell’anno 2006, al cui centro è collocato il posto del priore, vi è un dipinto a olio raffigurante il Bambino Gesù.
A lato destro del Bambino è posto il quadro di San Domenico; a sinistra il quadro di San Tommaso. I due quadri ovali, dipinti su tavole in noce o quercia, risalgono alla fine del sec. XVII.
L’oratorio è ricco di pregiate opere: un reliquario cinquecentesco contenente un frammento della Spina Santa, del legno della Croce, una pietruzza del Santo Sepolcro, un filamento del lenzuolo della Sacra Sindone; un ostensorio con tronetto, opera realizzata a Napoli nel 1769; una statua del Settecento rappresentante il Bambino Gesù, soprannominato dai campagnesi “Caporanniello”, perché i Confratelli lo espongono, il giorno di Capodanno, sull’altare del Santissimo Nome di Dio; una statua del Settecento rappresentante San Giovanni; tre statue di Angeli del Settecento.
Fonti: https://ssnomedidio.it/
Nel cimitero-ossario della Confraternita del Santissimo Nome di Dio, nel tempo sono stati seppelliti tanti corpi, tra i quali proprio quelli delle vittime della peste del 1656. Tra tutti gli scheletri si riconosce proprio quello di Monsignor Avila (morto di peste nell’anno 1656), i cui resti si conservano benissimo: i paramenti sacri appena scoloriti, i calzari, i bottoni, la cintura, il colletto bianco, la sottana violacea, il cappotto nero, tutti oggetti confezionati con materiale dell’epoca ancora ben visibili e di notevole valore.
Accanto a Monsignor Avila sono presenti i resti mortali del Vescovo Marco Lauro, segretario nel Concilio di Trento.
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Ad occidente del Castello Gerione sorgeva, secondo il Rivelli, nel 1277, un cenobio dei Padri Domenicani presso la chiesa di Santa Maria, già di San Paolo, nel quartiere Pagliara, all’estremo dell’abitato, verso Nord, sul versante sinistro del fiume Atri, di fronte all’erto e verdeggiante San Eramo.
Prima del 1228, dove attualmente vi è la Chiesa di San Bartolomeo, v’era una chiesetta-cimitero dedicata a Santa Maria, a forma ovale, che era adibita principalmente a luogo di sepoltura dei nobili personaggi campagnesi, così come risulta da vari storiografi locali e dai sepolcri eretti ad uomini illustri, celebri nelle arti e nelle scienze.
Su un opuscolo del can. Carmine Giordano, parroco di San Bartolomeo, si legge:
“Dalle patrie memorie risulta che ampliato il gruppo di diporto, detto Pianello, i nostri antenati ne formarono un esteso casale con le Chiese parrocchiali di San Matteo, di San Tommaso, di San Cataldo e di San Bartolomeo, e fin d’allora al piccolo Cenobio e Chiesa, che ivi all’estremo dell’abitato esistevano, si pensava sostituire un fabbricato sontuoso, che di gran lunga fosse superiore all’antico Cenobio ed alla vetusta Chiesa”.
Su questa fu costruita, con l’autorizzazione e l’aiuto economico del feudatario dell’epoca, la chiesa di San Bartolomeo, situata in una zona comoda rispetto alle altre chiesette, e di passaggio obbligato per gli abitanti dei casali vicini al castello, fornita di un grande e fertile appezzamento di terreno.
Fonti: https://ssnomedidio.it/
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