
Nel dedalo dei vicoli che salgono verso la città alta di Campagna, tra murature antiche e pietre segnate dal tempo, sorge la Chiesa del Monte dei Morti e della Beata Vergine del Carmelo: un luogo carico di significato, in cui l’arte sacra si intreccia alla pietà popolare e il ricordo della morte diventa occasione di coscienza.
Le origini del complesso sono legate alla trasformazione, a partire dal 1514, dell’antica chiesa di Santa Maria della Giudeca, elevata a collegiata per volontà di benefattori locali e con il sostegno dell’autorità ecclesiastica.
Con l’istituzione della diocesi di Campagna nel 1525, l’edificio assunse il ruolo di cattedrale, per poi essere riorganizzato nel 1564 quando, con la costruzione della nuova cattedrale adiacente, divenne cappella della Beata Vergine del Carmelo e del Monte dei Morti: nei sotterranei fu ricavato il cimitero della città, trasformando il luogo in spazio di culto e memoria.
All’interno, una navata unica conduce lo sguardo verso l’altare maggiore: marmi policromi, statue lignee, ex voto e tagli di luce laterali compongono una pagina di teologia visiva, centrata sulla figura della Vergine del Carmelo.
Nel corso dei secoli, tra restauri e manutenzioni, l’oratorio ha conservato una sua misura raccolta, percepibile ancora oggi nel silenzio, negli odori di cera e incenso e nelle tracce di generazioni che vi hanno affidato preghiere e gratitudini.
La chiesa, più che un monumento, è un crocevia di storie — confraternite, lutti, processioni, gesti di carità — in cui la città riconosce un’identità comune e una speranza condivisa.
La Confraternita del Monte dei Morti e Beata Vergine del Carmelo, con fondazione canonica nel XVII secolo, nasce come risposta concreta alle fragilità della comunità: assistere i moribondi, dare sepoltura ai poveri, sostenere le famiglie nel lutto. I confratelli, riconoscibili dalle tuniche scure e dai cappucci, univano rito e servizio, trasformando la pietà in organizzazione e la devozione in cura quotidiana. Nel tempo, la confraternita ampliò il proprio raggio d’azione: messe di suffragio, amministrazione di lasciti, opere pie, una rete di prossimità che colmava i vuoti del tessuto sociale.
Le pestilenze e le carestie misero alla prova questa vocazione, ma ne rafforzarono il senso, facendo dell’oratorio un presidio di dignità.
Tra Settecento e Ottocento, l’ingresso di artigiani e borghesi rese il sodalizio ancora più rappresentativo della città, mentre le riforme ottocentesche mutarono le pratiche funerarie senza spegnere la memoria del servizio reso.
Oggi la confraternita rimane una chiave di lettura della città: un dispositivo di coesione in cui il ricordo dei morti genera legami tra i vivi e la tradizione diventa impegno civile.
Il portale ligneo della chiesa, con teschi, tibie e volute vegetali, propone una catechesi scolpita nella materia: la morte non come minaccia, ma come misura del tempo e invito a una vita consapevole.
L’estetica barocca affida alla bellezza il compito di educare lo sguardo: forme severe, sì, ma attraversate da segni di rinascita — fiori, cartelle, chiaroscuri — che alludono alla speranza.
All’interno, la luce laterale incide la navata come una soglia tra ombra e bagliore: l’altare in marmi policromi, la statua della Vergine del Carmelo e gli ex voto compongono un racconto che intreccia dottrina ed esperienza quotidiana.
Nei sotterranei, il cimitero storico prolunga questa narrazione: lastre, catacombe, memorie incise che trasformano il vuoto in relazione.
Durante le feste della Madonna del Carmelo e nelle processioni della confraternita, il linguaggio simbolico esce dallo spazio dell’oratorio e attraversa le strade: ceri, incenso, canti, la città che si riconosce comunità.
Così, la lezione del memento mori si compie nel memento vivere: ricordare la fine per scegliere ogni giorno ciò che resta.
Attraversando il Ponte dei Preti si accede al Soccorpo della Basilica Pontificia di Santa Maria della Pace i cui fianchi sono affrescati con le figure dei Santi Tutelari della Città di Campagna. A sinistra: S. Emidio, l’Immacolata Concezione, Sant’Antonino, Sant’Apalia. A destra: Santa Maria Domenica, San Bernardino da Siena, la Beata Vergine del Monte Carmelo, San Rocco. Qui si aprono due ingressi, a sinistra quello della Cripta della Basilica e a destra quello della Chiesa della Madonna del Carmine – Monte dei Morti, entrambi impreziositi da due portali architravati lapidei rinascimentali, con cornici decorate da modanate rose multiformi alternate da fusaiole, sostenuti da stipiti lesinati, opera di scalpellini locali e di Carrara. La Chiesa a navata unica, oratorio della Confraternita, è posta sotto la tutela della Madonna del Carmelo la cui statua ammantata di preziosi ricami in oro zecchino (XVIII sec.), situata difronte all’ingresso, è posta in una nicchia composta da stucchi del tardo barocco con due volute, inframmezzate da cherubini, sostenute da colonne quadrangolari rastremate alla base e decorate con motivi floreali; l'altare in marmo bruno, intarsiato in policromi (XVIII sec.), è proveniente dal soppresso Convento dei Cappuccini ed ivi trasferito agli inizi del XX secolo. Ai fianchi dell'altare maggiore sono stati sistemati (XIX sec.) altri due altari in fabbrica, panciuti e stuccati, su cui sono collocate due teche: a destra con la statua di S. Bernardino da Siena scolpita dal napoletano Nunzio Maresca nel 1603, patrono minore della città a seguito della sua visita avvenuta nel 1440, a sinistra con quella di S. Rocco (XVII sec.), compatrono dopo la peste del 1656. I sedili in legno a schiera -opera di Mariano Cuocolo nel XVIII sec -, sono a posto unico separati da braccioli, addossati alle pareti, con gli schienali decorati da paraste scanalate, le cornici sorreggono coppe alternate da busti in carta pesta delle Anime del Purgatorio. I sedili, in coro, sono inframezzati dall'uscita, sovrastata dall'organo sostenuto da colonne circolari in legno, realizzato nel XVIII secolo e ritinteggiato nel secolo seguente. Il transetto di sinistra che funge da Cappella della Pietà, presenta un altare i cui stucchi ricalcano quelli del maggiore mentre, esposti in due teche, è possibile visionare i teschi di Mariano Cuocolo e di Ludovico Cantalupo, quest’ultimo gesuita e Priore nel 1627. In questa zona nei primi anni 2000 fu riportato alla luce uno degli ossari della Chiesa. Nel transetto di destra in alcune teche è possibile ammirare parte dei reperti rinvenuti durante gli scavi effettuati tra il 1999 e il 2004, suppellettili della confraternita, la statua dell’Immacolata Concezione, opera dell’artista campagnese Giuseppe Caracciolo, e quella di San Michele Arcangelo. Sempre dal transetto di destra si accede ad alcune delle camere di sepoltura dell’antico cimitero cittadino. La più piccola di forma quadrata, contiene 21 colatoi e, da studi effettuati dalla Confraternita, era riservata ai membri maschili del Sodalizio. Le altre due costituiscono l’ingresso vero e proprio al cimitero cittadino anch’esse attorniate da seggiolini in fabbrica di malta, utilizzati per adagiarvi i cadaveri; le seggiole, come si potrà notare, hanno alla loro base dei fori che permettevano ai residui organici dei defunti di defluire in canaletti di scolo, prima di essere puliti e definitivamente riposti ordinatamente su cataste di ossa e di teschi; questo scenario è visibile in un ambiente attiguo dove, attraverso una finestrella, è possibile osservare le ossa riposte in quel luogo, per il riposo eterno. Dal transetto di destra si accede anche alla Sacrestia. Qui un grande armadio (1788), con ante e cassettoni, reca incisi motivi a volute e sul tutto l'immagine dell'Eterno Padre (del XVI secolo e di provenienza ignota), entro cui si conservano gli arredi sacri per il culto, le vesti e le insegne dei confratelli; l'inginocchiatoio (1791), un vero gioiello, ricalca lo stile degli stucchi e dell'armadio. Una scala a chiocciola permette l’accesso al museo della Confraternita in cui è possibile ammirare antichi paramenti, oggetti e testi sacri. La volta azzurra della Chiesa costituisce un vero e proprio “percorso” dell’anima, dal Purgatorio al Paradiso. Sorretta da paraste, a colonna quadra bordate color vinaccia, alla base delle volte decorate nel '700 da stucchi bianchi che inquadrano: lo Spirito Santo; l'ideogramma dell'Ave Maria coronato e contornato da festoni floreali e cherubini sormontato dall’Occhio della Provvidenza; il terzo riquadro riproduce il Monte Carmelo, composto da una croce, contornata da cherubini, avente alla base un teschio, mentre dalla punta fuoriescono le anime nel Purgatorio, alle cui penitenze non sfuggono neanche alti prelati. Nei medaglioni sono riconoscibili i simboli del Cuore di Gesù frontale al Cuore di Maria, la Chiesa Militante e i Martiri della Chiesa, il Tempo della Vita e la Vita dopo la Morte. I grandi riquadri sulle pareti e nelle volte della chiesa sono decorati monocromaticamente di bianco su ocra, indicando che all'interno giunge la Luce e la Grazia di Dio. Una porticina sull’abside conduce, infine, alla zona archeologica dove furono riportate alla luce le mura dell’antica Collegiata di Santa Maria della Giudeca (XII sec.).
Testo tratto da Le Confraternite di Campagna attraverso i secoli di Raffaele D’Ambrosio
La Confraternita Monte dei Morti, sotto il patrocinio della SS. Vergine del Carmelo fu fondata nel 1626 (1), in seguito a una missione a Campagna dei Padri della Compagnia di Gesù, per opera di Ludovico Cantalupo, il cui teschio si conserva come una reliquia nell’oratorio della confraternita, insieme con quello dell’intagliatore Mariano Cuocolo, autore non solo dell’altare di legno della chiesa dei morti, ma anche di tutte le eccellenti suppellettili che sono nell’oratorio, nonché di tutti gli scanni del coro magistralmente lavorati nel 1821. Proprio in quest’anno, per meglio sistemare gli scanni, furono tolte le acquasantiere di pietra, subito dopo l’ingresso principale e sostituire poi con due di ghisa attaccate ai pilastri di legno dell’organo, costruito da Benedetto De Rosa nel 1892. Questa Confraternita iniziò la sua vita sotto il Vescovo Barzellino de Barzellini e per suo merito aggregata a quella di Roma col favore di numerose indulgenze. Essa soltanto gode del privilegio diportare il gonfalone nelle processioni, come quella di Roma. (2) Oggi nella Chiesa dei Morti si ammira l’altare della Madonna del Carmine, tutto in pietra locale, finemente cesellato, un vero gioiello d’arte di scultori locali. Prima vi era un altare in legno, e sotto il priorato di Vincenzo Busillo fu sostituito con quello attuale, rimosso dalla Chiesa dell’Ex Convento di San Martino o dei Cappuccini, dove costituiva l’altare maggiore << Ma, che dirò della Pietà de’ Cittadini verso i Morti; posciache fundarono una Congregazione nel soccorpo del Vescovado, nel quale la devota adunanza, ne i lunnedi si essercita in moti atti di suffragij verso le Anime del Purgatorio. Onde in ispazio d’anni 87 incirca è arrecchita di molte entrate, che si dispenzano per le S. Messe, ed altre elemosine>>. (3) La bolla della sua erezione porta la data del 7 agosto 1627 da parte del Vicario Capitolare e Generale Don Costantino Naymoli, vicario di Mons. Alessandro Scappi. Essa contribuì alla istituzione del seminario, il cui atto fu stipulato il 12 luglio 1722 dal notaio Francescantonio Giordano, con la somma di ducati 2194,60, somma veramente esorbitante per quell’epoca, e con nove vasti fabbricati, cinque oliveti, una tenuta alla Cappellania, una a S. Felice, una a Pariti, una a Pezzarotonda, una a Varano, tre vasti territori seminativi, di cui due a Varano di tomoli 154 e l’altro a Rofigliano di tomoli 13, due selve cedue castagnali, una tenuta a Palmentara e una a Colacchio. La Confraternita del Monte dei Morti fu aggregata ed ammessa a godere i privilegi, indulgenze e grazie dell’Arciconfraternita deli Morti della Città di Roma il 7 Dicembre 1614. In pochissimi anni divenne tanto numerosa, fino a duecento confratelli, e tanto ricca da suscitare l’invidia di tutte le altre. Si dava molta importanza al culto dei morti, che venivano sepolti sotto le chiese; i lasciti erano ingenti e quasi tutti, prima di morire, obbligavano la confraternita a celebrare messe in suffragio delle loro anime. Della Confraternita potevano far parte anche le donne, essendo idonee al culto dei morti e ad inculcare nell’animo degli uomini rispetto verso i defunti. Essa all’atto di fondazione fu dotata di molti capitali elargiti non solo dall’Università, ma anche dai tanti benefattori. Le fu concesso dal Capitolo di svolgere le proprie funzioni di culto nel soccorpo della cattedrale. Nel 1763 il Capitolo, su basi di falsi ed inesistenti si oppose all’approvazione del nuovo statuto e presentò ricorso alla Real Camera di Santa Chiara che, dopo un attento ed approfondito esame dei documenti esibiti da ambo le parti interessate, respinse il ricorso del Capitolo e riconobbe legittima l’indipendenza della Confraternita dal Capitolo.
Testo tratto da Le Confraternite di Campagna attraverso i secoli di Raffaele D’Ambrosio
NOTE (1) Secondo il De Nigris fu fondata nel 1604; la bolla di erezione porta la data del 7 agosto 1627 mentre il notaio Ambrosio Busillo afferma che fu eretta legalmente il 21 ottobre 1627. (2) Atti notarili del notaio Michelangelo Rosa del 15 e 30 agosto 1627. (3) Niccolò De Nigris, Campagna Antica e Nuova, Napoli, Francesco Benzi, 1691, pag. 129.