Il dialetto di Campagna appartiene al grande insieme dei dialetti centro‑meridionali italiani, che coprono gran parte dell’antico Regno di Napoli: dalle Marche meridionali e dall’Abruzzo fino al basso Lazio, alla Campania, alla Basilicata, alla Calabria settentrionale e al Salento. All’interno di questo spazio linguistico si distinguono diversi sottogruppi: per Campagna risultano particolarmente significativi, da un lato, i dialetti campani (Campania e basso Lazio) e, dall’altro, i dialetti lucani e cilentani. La città si colloca infatti in una posizione di cerniera geografica e culturale tra la piana del Sele e l’Appennino interno, e questa condizione di “confine” si riflette nella parlata locale.
Lo studio dialettologico mette in evidenza come il campagneso condivida con gli altri dialetti centro‑meridionali numerosi tratti fonetici e morfologici: l’indebolimento delle vocali atone finali, alcuni fenomeni di metafonia, esiti consonantici tipici e specifiche forme verbali. Al tempo stesso emergono elementi che lo avvicinano ora alla varietà napoletana, ora al complesso irpino‑lucano‑cilentano, contribuendo a definire Campagna come un’area linguistica di frontiera.
Fonti: Rubino Luongo, «Note di dialettologia campagnese», in Identità campagnese. Cultura, religione, società. Fonti e documenti, Campagna 500°, vol. 5, a cura di E. Catone, B. D’Agostino, L. Luongo, direzione scientifica di G. D’Agostino, Campagna, Edizioni Giordano Bruno.
Campagna è territorialmente compresa nell’area salernitana, tra costa e montagna, e ha storicamente assorbito influenze sia campane sia irpine e lucane. L’analisi delle varianti locali mostra una fitta rete di corrispondenze con il napoletano – soprattutto per ciò che riguarda il sistema vocalico, i nessi consonantici e alcune scelte lessicali – ma anche affinità con i dialetti lucano‑cilentani, in particolare nelle zone più interne. In questo quadro, il dialetto campagneso può essere considerato una koinè locale che mette in dialogo due grandi insiemi linguistici: quello campano e quello irpino‑lucano‑cilentano.
Lo studio sottolinea inoltre che, in passato, la parlata di Campagna mostrava con maggiore evidenza tali elementi di transizione. Nei testi antichi e nella memoria dei parlanti più anziani compaiono infatti forme oggi rare o scomparse – ad esempio articoli, esiti vocalici e parole sentite come arcaismi – che rimandano alle parlate lucane e cilentane. L’insieme di questi dati conferma l’immagine di un territorio linguisticamente “poroso”, attraversato da scambi continui lungo l’asse piana‑Appennino.
Per la parlata oggi in uso, l’autore evidenzia un forte processo di italianizzazione: scuola, mobilità e mezzi di comunicazione hanno reso il dialetto più vicino all’italiano standard e alle varietà urbane campane. Molti tratti antichi si sono attenuati o sono sopravvissuti solo in alcune generazioni, mentre il lessico si è arricchito di prestiti e forme ibride. Questa evoluzione non cancella però il ruolo del dialetto come marcatore di identità: il campagneso continua a essere usato nei rapporti familiari, nelle relazioni di vicinato, nelle espressioni proverbiali e nelle forme di teatro popolare.
La ricerca dialettologica invita a leggere la parlata di Campagna non come un reperto da museo, ma come un sistema vivo, che conserva tracce del sostrato italico e dei successivi apporti storici (greci, arabi, normanni) pur adattandosi alle trasformazioni sociali e culturali. In quest’ottica il dialetto diventa uno strumento prezioso per comprendere la storia profonda della comunità campagnesa e il suo modo di abitare la frontiera tra mondi diversi.