
Giovanni Palatucci nacque a Montella (Avellino) il 31 maggio 1909, in una famiglia profondamente legata alla Chiesa e alla cultura dell’Irpinia e del Salernitano. Suo zio paterno, mons. Giuseppe Maria Palatucci, sarebbe diventato vescovo di Campagna: proprio alla città selettana, dove trascorse periodi significativi della sua infanzia e giovinezza, Giovanni rimase sempre legato. Dopo gli studi di giurisprudenza a Torino, entrò in Polizia di Stato e nel 1937 fu destinato alla Questura di Fiume, allora città italiana sul confine orientale.
A Fiume svolse dapprima l’incarico di responsabile dell’Ufficio Stranieri, poi – dal 1943 – quello di reggente della Questura. In questi anni, secondo le testimonianze raccolte dopo la guerra e riconosciute da diverse istituzioni, si adoperò per aiutare cittadini ebrei e altri perseguitati dalle leggi razziali e dall’occupazione nazista, cercando di evitare deportazioni e segnalazioni alle autorità tedesche. Tra le strategie ricordate c’è anche l’invio di alcune persone nel campo d’internamento civile di Campagna, considerato relativamente più sicuro rispetto ad altre destinazioni.
Arrestato dai nazisti il 13 settembre 1944, fu deportato nel campo di concentramento di Dachau, dove morì il 10 febbraio 1945. Nel dopoguerra, grazie alle testimonianze di ex internati e di chi lo aveva conosciuto, la sua figura è stata progressivamente riconosciuta come esempio di resistenza morale all’antisemitismo e alla violenza del regime.
Il legame di Giovanni Palatucci con Campagna è duplice: familiare e storico. Sul piano familiare, la presenza dello zio vescovo Giuseppe Maria Palatucci fece della città un punto di riferimento affettivo e spirituale. Sul piano storico, Campagna è uno dei luoghi che ritornano nei racconti dei superstiti e nella documentazione relativa alla sua attività a Fiume. Nel territorio comunale, infatti, durante la seconda guerra mondiale fu attivo un campo d’internamento civile per stranieri ebrei e oppositori politici, allestito in edifici religiosi dismessi del centro storico.
Dopo il 1938, alcune testimonianze riferiscono che Palatucci, sfruttando il proprio ruolo all’Ufficio Stranieri, abbia indirizzato verso Campagna persone che rischiavano la deportazione in luoghi ben più pericolosi: pur restando all’interno di un sistema repressivo, il campo di Campagna fu caratterizzato – secondo le memorie degli internati e la ricerca storica – da condizioni relativamente meno dure, anche grazie al sostegno della popolazione locale e dell’allora vescovo. In questo quadro, il nome di Palatucci è rimasto legato alla rete di relazioni che, tra Fiume e Campagna, rese possibile la sopravvivenza di diversi internati.
Nel 1990 Giovanni Palatucci è stato riconosciuto “Giusto tra le Nazioni” dallo Yad Vashem di Gerusalemme, sulla base delle testimonianze di alcuni ebrei sopravvissuti che lo ricordavano come decisivo nel salvarli dalla deportazione. La Repubblica Italiana gli ha conferito la Medaglia d’oro al merito civile e la Chiesa cattolica ha avviato la causa di beatificazione, riconoscendolo come Servo di Dio. A Campagna e in molte città italiane gli sono intitolate vie, piazze, scuole e istituzioni, a testimonianza del radicamento della sua figura nella memoria pubblica.
Negli ultimi anni, la storiografia ha avviato un dibattito critico sull’ampiezza e le modalità del suo operato, esaminando in modo più approfondito i documenti d’archivio disponibili. Alcuni studi hanno messo in discussione i numeri tradizionalmente attribuiti al suo intervento, mentre altri continuano a sottolineare il valore delle testimonianze e il contesto operativo estremamente complesso in cui si trovò ad agire. Nonostante il confronto tra interpretazioni diverse – fisiologico nella ricerca storica – la figura di Palatucci resta per Campagna e per molte comunità un simbolo di impegno personale a favore dei perseguitati e di rifiuto della logica disumana delle leggi razziali.
A Campagna questo legame è custodito in particolare dal Museo della Memoria e della Pace “Giovanni Palatucci”, allestito nei luoghi dell’ex campo d’internamento, che racconta le vicende degli internati, il ruolo della popolazione locale e la testimonianza del giovane funzionario di Fiume. Il museo è oggi uno dei punti centrali del percorso cittadino dedicato alla memoria della Shoah e ai valori della Costituzione.