
Il Palazzo Sparano a San Lorenzo, anticamente “in piedi la Selva”, fu fondato dal capitano Bernardo Sparano nel 1543. Il 6 settembre 1543 il nobile Bernardo impegnava i maestri scalpellini Antonio di Costanzo di Nocera e Matteo Costabile di Roccapiemonte a lavorare “certas lapides de taglio in Civitate Cave in domo dicti Bernardi in piedi la Selva… et laborare la cornice et lo friso quando bisogna”, e tutte le altre pietre d’intaglio occorrenti per la costruzione. (1)
Il palazzo fu edificato con un disegno unitario. I pilastri a sezione ottagonale della corte e del loggiato testimoniano la persistenza in ambito locale di elementi tardo-gotici ancora a metà Cinquecento, in pieno Rinascimento. La colonna di spoglio nel cantonale dell’edificio, a sinistra della facciata, è di epoca classica e probabilmente proviene dai reperti archeologici rinvenuti a Marina di Vietri nel corso del Cinquecento.
Il palazzo viene descritto una prima volta nell’inventario del capitano Bernardo del 15 aprile 1559:”Uno hospitio de case grande con dui jardini, sito in le pertinentie de la Cità de la Cava ubi dicitur in piedi la Selva, justa li beni de li heredi de quondam Io: Donato Genoyno, juxta li beni de li heredi de quondam Io. de la Monica et altri confini”.
“secti archibusi de ferro, dui fiaschi de archibuscio de osso”, e altri arredi. (2)
Nel Seicento, come ci ricorda lo storico Agnello Polverino, la famiglia Sparano “divisa in più case, ha goduto l’onore di più di dieci Capitani a guerra, di fanteria e di cavalli”. (3) Un notevole ruolo nel patriziato della Città hanno avuto i capitani Decio e Fulvio, figli del capitano Vincenzo.
Decio fu “capitano d’archibuggieri nelle guerre di Lombardia, col duca di Savoia, nel 1612”. Rientrato a Cava prese viva parte nella amministrazione della Università. Fu sindaco nel 1637-38, e in seguito, come primo eletto, in sostituzione del sindaco, notaio Massimino Passaro, nel 1641-42. Morì il 17 dicembre 1644, e il 30 dicembre seguente fu redatto l’inventario dei beni della sua eredità.
Il capitano Decio risiedeva in un palazzo al Borgo, ma conservava anche il palazzo in Piedi la Selva: “In primis uno hospitio de case palatiate in più et diversi membri, con poteche terrane, furno, giardino murato et altre ragioni et attioni, sito nella piazza pubblica di questa Città, iuxta li beni de notar Domenico Casaburi et altri confini”.
Nell’inventario si annotano una gran quantità di argenterie, “sittantaquattro quatri figurati de diverse figure”, e arredi di pregio, e “doie spate e dui pugnali”. E ancora:”Un altro hospitio de case similmente palatiato sito in loco detto Piedi la selva, con massaria et giardino murato”. (4)
La famiglia era molto ricca e disponeva di notevoli capitali, accumulati con i floridi commerci del XVI secolo.
Qualche anno prima del 1623 il capitano Fulvio aveva prestato alla Università la rilevante somma di 13.000 ducati per acquisto di grano. (5)
Il figlio Matteo era capitano di fanteria al servizio della Spagna, nel Ducato di Milano.
Altro rinomato capitano era Antonio, che partecipò alla guerra in Fiandra. Rientrato a Cava sposò Francesca Civitella, vedova del tenente generale Pietro Carola, nel dicembre 1670.
Nella metà del Settecento la famiglia era rappresentata dal nobile Decio, e dai suoi fratelli : Giulio, che fu sindaco di Cava nel 1760-61, Giuseppe e monsignor Bernardo, canonico primicerio della Cattedrale, e da varie sorelle. Erano figli di Bartolomeo e di Teresa Formosa. Decio e la sua famiglia vivevano “nobilmente”, ed era titolare dei seguenti beni: “Possiede nel Casale di S. Adiutore luogo detto Piedi la Selva una casa in più membri con giardino accosto, per proprio uso ed abitazione. Più di sotto detta sua casa possiede uno bosco affittato ad Andrea Matonti per annui carlini 26. Più accosto la suddetta casa possiede un territorio giusta li beni di D. Giuseppe Della Corte, affittato a Pascale Polverino per annui docati 27”. (6)
Alla fine del Settecento erano in vita solo i fratelli Giuseppe e Rosa Sparano, senza eredi, per cui con strumento del 9 gennaio 1794, con Regio assenso, donavano al notaio Aniello Siani, fu notaio Placido, la casa palaziata dei loro antenati, con l’attiguo terreno, e la metà della cappella gentilizia che essi possedevano nella Chiesa di San Francesco d’Assisi, con l’obbligo di assisterli nella loro vecchiaia e di versargli 6 ducati al mese ciascuno, durante la loro vita. (7)
Il 21 agosto 1795 il notaio Siani vendeva a Rosario Apicella fu Angelo, il palazzo che gli era stato donato dai fratelli Sparano, nel luogo detto “li Minoriti”, dal nome del prospiciente convento dei Padri Minoriti, per la somma di 2.800 ducati, secondo la stima fatta dai tavolari. (8) Questa famiglia era venuta a Cava da Tramonti, erano negozianti di lana e bombace, e diversa dalla famiglia cavese Apicella, ancora esistente nei suoi vari rami.
Rosario trasmise il palazzo al figlio Pasquale, che fu sindaco di Cava da marzo 1857 a marzo 1860, e in seguito fu ancora eletto consigliere nel primo consiglio comunale del 1861, dopo l’Unità d’Italia. Nel 1840 sposò in seconde nozze Maria Teresa Quaranta, dei baroni di San Severino di Centola, sorella dell’archeologo Bernardo Quaranta.
In seguito il Palazzo Sparano-Apicella fu acquisito dall’Ospedale Militare, istituito nel soppresso convento dei Padri Minoriti, e destinato per deposito della farmacia e abitazione del direttore. (9)
Infine il complesso è divenuto proprietà del Comune di Cava. Disastrato dal terremoto del novembre 1980, è stato finalmente restaurato a cura del Comune, e destinato ad ospitare l’Associazione DOPO DI NOI, che ha cura di persone diversamente abili.
Il palazzo conserva l’impianto cinquecentesco nel suo ingombro volumetrico, non essendo mai stato sopraelevato ma solo trasformato dall’intervento che gli ha conferito la veste attuale, effetto di un tardo barocco ormai classicizzato del XVIII secolo inoltrato, caratterizzato dal raffinato gioco dei timpani triangolari e curvi alternati abbinato al movimento dei festoni sottostanti. Il possente paramento in grossi blocchi lapidei su basamento leggermente aggettante è debitore della cultura architettonica napoletana dei primi anni del XVI secolo, come il loggiato che contiene la scala, aperta ma non esterna come nei precedenti quattrocenteschi.
Nella scala si conserva un’edicola con l’affresco della Madonna di Portosalvo. Nel cartiglio si legge l’iscrizione “AVE MARIA 1823”.
NOTE
(1) S. Milano, L’attività dei maestri scalpellini e pipernieri a Cava nei secoli XVI-XVIII, in “Rassegna storica salernitana”, n.38, 2002, p.68.
(2) Archivio, di Stato di Salerno, (d’ora in poi ASS), notar Sallustio de Rosa, busta 1096, protocollo 1558-59, fol.343v. e s.
(3) A. Polverino, Descrizione istorica della Città Fedelissima della Cava, Napoli 1716, p.6.
(4) ASS, notar Marco Adinolfi, b.1501, prot.1644, foll. 337v. e s.
(5) ASS, notar Bernardino Sparano, b.1460, prot. 1623, foll. 122-135.
(6) Archivio storico comunale Cava, Catasto onciario, 1752 circa, fascio S. Adiutore, fol. 236.
(7) ASS, notar Nunziante Liguori, b. 1674 nuovi versamenti , prot 1794, foll. 2v.-10.
(8) ASS, notar Paolo Antonio Notargiacomo, b. 1697 nuovi versamenti, prot. 1795, foll. 304-316.
(9 Si veda O. Rinaldi, L’Ospedale Militare di Cava de’ Tirreni, ivi 1929, p. 49.
a cura di Salvatore Milano
per il Centro Studi per la Storia
di Cava de’ Tirreni