
Palazzo Palumbo
La famiglia Palumbo è venuta a Cava da San Giovanni a Piro, presso Policastro, nei primi anni del Cinquecento. Si stabilì a Passiano, dove ebbe in concessione terre e selve dall’Abbazia della Santissima Trinità. I suoi rappresentanti erano maestri nel tessere le rinomate tele “della Cava”, poi si dedicarono al commercio di drappi di seta, broccati, trine e tessuti di pregio. Nella chiesa di Passiano avevano il patronato della cappella di Santa Maria del Carmine, prima della nave sinistra, che ancora si conserva.
Negli anni venti del Settecento Carmine Palumbo, “publicus mercator”, trasferì la famiglia nelle case al Borgo. Lui e il fratello Giuseppe, parroco della chiesa del Salvatore di Passiano, furono i costruttori dell’ingente patrimonio della famiglia che man mano, nel corso del Settecento, fu incrementato.
Nel XVIII secolo, nel sito dove oggi sorge il palazzo Palumbo, vi erano due entità abitative. I Palumbo, negli anni venti del Settecento, si stabilirono nella casa verso nord, confinante con il palazzo Giordano.
Nel “Catasto onciario” del 1752 circa, nella scheda di Domenico Palumbo, “che vive nobilmente”, la proprietà viene descritta in tal modo: ”Possiede un sito di casa palaziata nel Borgo di questa Città, pertinenze di Sant’Adiutore, con giardino accosto, per propria abitazione, sotto della quale casa vi sono due botteghe”.
In seguito, nel gennaio 1754, lo stesso Domenico e il figlio Carmine prendono in affitto l’altra casa, confinante con la loro, che era di proprietà del Monte De Ferrante, eretto nella chiesa di San Nicola di Pregiato. In seguito la stessa casa divenne proprietà della famiglia, tale da formare un’unica grande abitazione. Da un documento del 1765 si rileva che, in fondo al cortile, vi era un tipico giardino mediterraneo, murato, “con alcuni piedi di agrumi, alberi fruttiferi e poste di viti, con gioco di uccelli”.
Nel 1776, abbattute le antiche case, Carmine Palumbo fece costruire il nuovo palazzo, con disegno unitario. Per formare il grande androne nobile, fu abolita una delle botteghe. A quest’epoca occorre datare anche l’affresco dello stemma sulla volta dell’androne, il portale con i paracarri e la vera del pozzo, in pietra d’intaglio, nella corte.
Nell’appartamento nobile del primo piano si conserva ancora, racchiusa in un armadio, la cappella di famiglia, con l’altare di marmi commessi del Settecento.
In questi anni i Palumbo, abbandonato il commercio, si dedicarono all’amministrazione del loro consistente patrimonio e allo studio del diritto. Francesco Palumbo e il nipote Filippo, dottori in Utroque jure, patrocinavano a Napoli nel Tribunale della Vicaria: monsignor Nicola era canonico della Cattedrale di Cava. Gennaro Palumbo nel 1773, acquistando il patronato della cappella di San Francesco di Paola nella chiesa di Santa Maria dell’Olmo, si qualificava “Patricius Cavensis”, come si legge nella lapide che ancora si conserva.
La famiglia fu molto attenta a contrarre parentele illustri. Ricordiamo i vincoli stretti con gran parte delle famiglie del patriziato e della borghesia mercantile di Cava: Genovese, Consiglio, Siani, Rinaldo, baroni di San Rufo, Atenolfi, marchesi di Castelnuovo, Ferrari, Ioele, Notargiacomo, Vitale, Salsano e Benincasa.
Nel maggio 1867, nell’inventario della eredità di Don Pasquale Palumbo, il palazzo e l’adiacente territorio vengono descritti in tal modo: “ La casa palaziata che si tiene dalla famiglia nel Borgo grande di Cava è composta di molti membri superiori ed inferiori, con tre magazzini sulla pubblica piazza e un terreno seminatorio piano, nel luogo detto dietro al Borgo, confinante da Oriente colla via detta del Lauro e viene intersecato dalla ferrovia”; cioè la proprietà Palumbo si estendeva fino alla via del Lauro, dove oggi vi sono il corso Principe Amedeo, la linea ferroviaria e la Casa di cura Villa Alba.
Nel Novecento hanno dato nuovo lustro alla famiglia l’avvocato Amedeo Palumbo, consigliere comunale e provinciale, la sorella Olga, “madame Palumbo”, storica docente di lingua francese, tra le prime donne a Cava a conseguire la laurea nella Università L’Orientale di Napoli.
E infine il giornalista sportivo di gran fama, dottor Gino Palumbo (1921-1987), direttore de Il Corriere d’informazione e poi de La Gazzetta dello sport, al quale fu assegnato il premio “Cavesi nel mondo” nel 1982. Nel 1986 ricevette al Foro Italico il premio “Una penna per lo sport”.
a cura di Salvatore Milano
per il Centro Studi per la Storia di Cava de’ Tirreni