
Il palazzo che oggi conosciamo come “Asilo di Mendicità”, nell’arco della sua travagliata storia, prima di assumere la funzione socioassistenziale, che lo ha caratterizzato negli ultimi due secoli, fu residenza di importanti famiglie che in questo casale fissarono la loro dimora.
La famiglia Imparato
Nella metà del Seicento il palazzo era costituito da due unità abitative, la prima era di proprietà di Giovanni Imparato, la seconda di Giuseppe Grimaldi, come si legge nella stima del 1677 del tavolario Buongiorno per la vendita dell’immobile del Grimaldi a Giovanni Imparato che vi si trasferì con la moglie, i figli, Aniello e Nicola, e ben 8 figlie.
La famiglia Imparato venne da Scala a Cava nei primi anni del Seicento per esercitare il commercio nella piazza della città. Aniello e Nicola furono i veri costruttori della fortuna economica della famiglia, gestendo un esteso commercio di tessuti di pregio.
Nel 1719 Aniello lasciò erede della sua fortuna il fratello Nicola, il cui patrimonio, stimato sui 50.000 ducati, era tale da indurre il marchese di Castelnuovo, Nicola Taddeo Atenolfi, a chiedere la mano di Anna, figlia ed unica erede di Nicola Imparato, per il suo figlio primogenito, Flaminio.
La famiglia Atenolfi
Nicola assegnò alla figlia la consistente dote di 25.000 ducati e la futura successione al patrimonio paterno. Il matrimonio fu celebrato nella chiesa di San Pietro, il 25 giugno 1725.
I due sposi stabilirono la loro residenza nel palazzo a San Lorenzo, descritto nel puntuale inventario fatto redigere da Anna Imparato (1708-1772) alla morte del padre, nel 1739: “ un sito di case palatiato con due giardini murati, uno dalla parte di oriente con casa dentro per uso di stalla, con pozzo, e Cappella di prospettiva dentro, e l’altro dalla parte di occidente con cisterna e lavatoro, coverto a tegole, con cortile e loggia avanti detto sito di case palaziato con lamione sotto detta loggia, nella quale loggia vi sono di numero venti in circa di teste di creta con varie sorti di agrumi”.
I marchesi Atenolfi continuarono a dimorare nel palazzo che, come rileviamo dalla platea della famiglia a fine aprile 1799, durante l’invasione delle truppe francesi a Cava, fu saccheggiato e in parte bruciato.
Negli anni Venti dell’Ottocento, il marchese Fulvio, figlio di Pasquale Atenolfi, trasferì la sua famiglia nel palazzo Vitale al Borgo, di fronte al Palazzo municipale. La casa a San Lorenzo, che non era più ricca come una volta, rimase disabitata.
Il vescovo Silvestro Granito e il ritiro delle pentite
Intanto il vescovo di Cava Silvestro Granito nel suo testamento olografo dell’8 settembre 1832, disponeva di fondare un ritiro per donne pentite; a tale scopo lasciava la cospicua somma di 10.000 ducati.
Pertanto, il 5 ottobre 1835 i canonici del Capitolo della Cattedrale acquistavano dal marchese Fulvio Atenolfi “il suo casamento composto di due appartamenti di più e diversi soprani e sottani, con giardino alligato diviso in due porzioni ed altre comodità”.
Riforma delle Opere Pie, soppressione del ritiro delle pentite
Con la “riforma degli statuti organici delle opere pie dipendenti dalla Congrega di Carità del comune di Cava dei Tirreni”, il ritiro delle pentite fu soppresso e il suo patrimonio fu aggregato all’Orfanotrofio femminile di Santa Maria del Rifugio.
Istituzione dell’Asilo di Mendicità
Il presidente della Congrega di Carità, Luigi De Marinis, si adoperò per l’erezione di un asilo di mendicità: il 22 luglio 1869 il Consiglio di Stato dichiarò l’istituzione dell’Asilo ente morale.
Intanto nel 1869 fu l’architetto Giovanni Tagliaferro a redigere la “Valutazione della proprietà appartenente al soppresso Ritiro delle Pentite”, per una eventuale vendita dello stabile.
Nel 1872 fu in parte adibito a deposito tabacchi.
Nel 1876 fu occupato dal Municipio ad uso di Caserma e poi di Succursale del vicino Ospedale Militare.
Nel 1878 si decise definitivamente la sede dell’Asilo permutando l’ex Convento dei Paolotti con i locali di San Lorenzo.
Nel 1884 si temeva una possibile epidemia di colera, pertanto, essendo il fabbricato lontano dall’abitato, fu visto come il più idoneo ad accogliere l’Ospedale dei colerosi.
Bisognerà, quindi, arrivare all’agosto del 1886 per l’effettiva apertura.
L’Asilo di Mendicità agli inizi
del Novecento
Il ricovero fu subito retto e gestito dalle suore; inizialmente, nel 1890, le Suore Compassioniste, poi le Figlie di S. Anna. I documenti d’archivio testimoniano anche la partecipazione di alcuni cavesi al mantenimento dell’Asilo tramite legati e donazioni, tra i tanti ricordiamo la donazione della contessa Angelica Aganoor.
Dagli anni Cinquanta del
Novecento ad oggi
La storia del palazzo è delineata nei documenti d’archivio dell’Ente Comunale di Assistenza: la consistenza patrimoniale e il numero di assistiti dell’ente; le richieste al Genio Civile sia per i danni post-bellici, sia per i danni causati dall’alluvione del 1954.
Il palazzo in San Lorenzo restò destinato a sede dell’Asilo di Mendicità fino ai primi anni Sessanta; poi fu sede dell’Istituto Tecnico Statale Commerciale e per Geometri. Nel 1964 furono eseguiti lavori di sopraelevazione del terzo piano.
Il palazzo fu sede dell’Istituto Professionale di Stato negli anni Settanta e, dopo il terremoto del 23 novembre 1980, ricovero di famiglie senza tetto, prima degli attuali lavori di restauro e risanamento conservativo.
Il complesso monumentale, ad oggi, ospita il MATER, un polo cittadino dedicato al sociale, all’accoglienza e alla salute.
La travagliata storia del Palazzo Imparato – Atenolfi si snoda, tra funzioni e destinazioni d’uso diverse, seguendo però un’unica trama declinata al femminile: la Marchesa Anna Imparato, le Pentite, le Suore cui era affidato l’Asilo di Mendicità.
Anche oggi con il Mater, il palazzo, senza strappi con la sua storia, segue una linea femminile con la sua vocazione all’accoglienza e alla cura, ormai consolidata nei secoli.
Ambienti ed elementi architettonici e decorativi
di pregio
Portale – Il portale, a conci lisci, poggia su due gradini protetti da due paracarri. I conci d’imposta recano scolpito un motivo floreale stilizzato, mentre il concio in chiave, lo scudo scolpito nel quale, una volta, era raffigurato lo stemma di famiglia.
Scala – La scala risolve il forte salto di quota tra la strada ed il primo piano con due lunghe rampe interrotte da un solo pianerottolo di riposo.
Stemmi – Sotto la volta della prima rampa della scala d’ingresso su via San Lorenzo si trova un grande stemma, simbolo emblematico del palazzo. In esso si materializza la storia documentata dalle fonti d’archivio: il passaggio da palazzo nobiliare a istituzione vescovile. Ritroviamo infatti, la sovrapposizione dei simboli dello stemma del vescovo Silvestro Granito, un leone rampante che poggia su quattro punte azzurro e oro, sullo stemma dei marchesi Atenolfi, la corona col manto che avvolge lo stemma nobiliare.
Un ulteriore stemma del vescovo Granito è presente sul vano di accesso alla cappella al primo piano, questa volta nella sua interezza: lo scudo che contiene le figure e i simboli della famiglia Granito; il cappello, galero, con sei nappe per lato, di colore verde; infine, la croce astile, simbolo vescovile.
Volte, pilieri e atrio porticato – Nell’atrio, che costituiva il “portico discoverto”, due pilastri sono ancora visibili, inglobati in parte nella muratura, costituiti da blocchi ottagonali. Nel corso degli ultimi lavori di restauro e risanamento conservativo, sono stati ritrovati pozzi, cisterne e pietre d’intaglio lavorate.
Cappella – Nella cappella ritroviamo gran parte degli elementi decorativi descrittici nella stima ottocentesca, infatti, è tra gli ambienti che hanno meglio conservato il proprio carattere funzionale, strutturale e formale: le pareti laterali sono scandite da otto paraste con capitelli corinzi che sorreggono un cornicione con fregi costituiti da foglie di acanto, tale cornicione sottolinea il piano d’imposta delle due volte a vela, a copertura della cappella, decorate con cassettoni a rosoni. Della pavimentazione, andata perduta nella sua interezza, sono state ritrovate alcune “riggiole”.
Affreschi – Nel corso dei recenti lavori di restauro del palazzo sono stati rinvenuti solo due degli affreschi che ornavano il portico. Il primo raffigura i Santi Pietro e Paolo, l’altro la Madonna del Rosario con i Santi Domenico e Caterina da Siena, tra i cherubini.
Anche la grande sala, che si apre sul portico, presenta una volta a botte con finissimi affreschi seicenteschi. Al piano superiore è stato riportato alla luce l’interessante affresco del volto di Cristo, molto espressivo.
Belvedere e terrazze – Ritroviamo le logge, i ballatoi coperti, gli affacci porticati e i belvedere, come spazi di collegamento o per stare all’aperto, ma coperti, tipici dei palazzi dell’epoca, molto diffusi nei palazzi dei villaggi collinari.