Notizie storico-artistiche
La tavola, posta come pala d’altare, è opera di Michele Ragolia. Fu realizzata nel 1652 per racchiudere un affresco quattrocentesco che riproduce la Madonna con il Bambino proveniente da un’altra sede e inserito in un’apertura ottagonale. La raffigurazione si suddivide in due registri: in basso una composizione simmetrica in cui campeggia San Pietro contornato da una adunanza di santi e sante rappresentativi dalla devozione locale; in alto la schiera celeste degli angeli, tra cui si distinguono l’Arcangelo Michele e l’Angelo Custode ai lati dell’affresco. Lo stile del dipinto è stato definito “arcaizzante”, cioè di tendenza tardorinascimentale. L’opera è messa in relazione sia ad altre coeve opere dello stesso autore e dello stesso territorio sia ad opere di Massimo Stanzione, di cui l’autore era in qualche modo seguace.
Dinanzi a quest’opera, unica nel suo genere per la composizione e l’iconografia, si resta affascinati dalla forza della santità, che domina e pervade l’intero dipinto e ne vuole proclamare il trionfo assoluto. All’osservatore credente giunge fino al cuore il messaggio che la santità si impone sullo spazio e sul tempo come unica certezza della storia; gli è svelata una verità pervasiva che richiede un’adesione altrettanto completa. La santità è presentata come il senso di tutto e chiama ad un inevitabile confronto con esso. Santi e sante di tutte le epoche e di tutte le parti della terra formano un’assemblea metastorica, come a comunicare che l’ideale di santità supera ogni cosa, non conosce condizionamenti ed è il vero fattore comune che unifica la Creazione.
La composizione iconologica del dipinto è come un’apologia spirituale della Chiesa, guidata e simboleggiata da Pietro, raffigurato al centro del dipinto negli abiti papali. E’ nella Chiesa che avviene la vittoria universale di Cristo mediante le anime di quei fedeli, noti o sconosciuti, che ne hanno seguito l’esempio di vita. In questa adunanza di santi, la Chiesa militante e la Chiesa trionfante sono presentate coincidenti, giacché il cammino terreno della Chiesa è diretto alla meta celeste. Non ci saranno impedimenti ad ostacolarlo, perché il suo esito è garantito dalla forza divina della Redenzione.
La figura più eccelsa tra i santi, la Vergine Maria, irrompe dall’alto da una finestra celeste contornata di angeli, dispensatrice di grazia per l’opera redentrice del Figlio. Si distingue per la sua santità eminente, una celestialità perenne. Il Paradiso appare insieme a lei, che ne è emblema, e diventa visione e meta definitiva. Tra le figure angeliche ci sono i paladini della via della santità: Michele, che allude alla fatica necessaria lungo la via, ma protegge nella lotta contro il male; l’Angelo Custode, che assicura i favori divini nell’impegnativo ideale della santità.
Il fedele che ammira questo dipinto è toccato dalla maestà della Chiesa ed è quasi sopraffatto dalla sua imponenza, è chiamato a venerarla nella sua santità e a desiderare di farne parte. In questa schiera potente, il fedele scorge anche i santi semplici della propria devozione, quelli “della porta accanto”. Questo stempera la ieraticità del dipinto in un caldo invito di inclusione. Ma è soprattutto la visione estatica e paradisiaca della parte superiore del dipinto a rapire l’animo perché entri nella “finestra ottagonale” da cui si svela la bellezza divina. Il dipinto è anche un discorso teologico ed ecclesiologico in immagini sovrapposte: Gesù e la Chiesa, lo Sposo e la Sposa, intrecciati sull’asse centrale.
1 Signore, tu mi scruti e mi conosci,
2 tu conosci quando mi siedo e quando mi alzo,
intendi da lontano i miei pensieri,
3 osservi il mio cammino e il mio riposo,
ti sono note tutte le mie vie.
4 La mia parola non è ancora sulla lingua
ed ecco, Signore, già la conosci tutta.
5 Alle spalle e di fronte mi circondi
e poni su di me la tua mano.
6 Meravigliosa per me la tua conoscenza,
troppo alta, per me inaccessibile.
7 Dove andare lontano dal tuo spirito?
Dove fuggire dalla tua presenza?
8 Se salgo in cielo, là tu sei;
se scendo negli inferi, eccoti.
9 Se prendo le ali dell’aurora
per abitare all’estremità del mare,
10 anche là mi guida la tua mano
e mi afferra la tua destra.
11 Se dico: “Almeno le tenebre mi avvolgano
e la luce intorno a me sia notte”,
12 nemmeno le tenebre per te sono tenebre
e la notte è luminosa come il giorno;
per te le tenebre sono come luce.